Ferro
di Marti

Non so come io sia finito in questa casa: sono qui da ore, e sono stanco. A vói tornèr a Castèl Mażåur. Sono sicuro che mia madre e mio padre siano in pena per me. Da quant’è che manco?

C’è una finestra molto grande nella stanza in cui mi trovo, e mi fermo a guardare fuori. Ci sono degli alberi molto alti, che toccano fino al cielo, e degli alberi piccoli, e un animale che passeggia fra gli alberi piccoli.

In lontananza, c’è del ferro che sfreccia.

Qualcuno mi appoggia la mano sulla spalla. Sussulto.

È una ragazza, è giovane, ha i capelli corti.

– Che cosa guardi? – mi dice.

Mi indispettisce la confidenza che si è presa con me.

– Mi serve il ferro.

– Cosa vuoi dire?

– Io…

Ci penso un attimo.

– Il ferro. Per tornare a Castèl Mażåur.

La ragazza guarda un attimo me, poi la finestra.

– Vuoi dire un autobus? Oppure le chiavi?

Le cose che si erano sgretolate si ricompattano per un attimo. Entrambe le parole sembrano giuste. Annuisco.

La ragazza mi prende per mano e mi sorride.

– Vieni – mi dice – andiamo a Castel Maggiore.

Mi accompagna lungo un corridoio stretto, alla fine c’è una porta con un buco. La ragazza tira fuori dalla tasca un lungo ferro e lo infila nel buco. Di là dalla porta c’è un altro corridoio, poi una stanza con dei quadri alle pareti, un televisore e delle grosse sedie. Ci sediamo: sono molto morbide. Restiamo in silenzio. Lei mi accarezza le mani, ma non mi dà più fastidio la confidenza che si prende.

Come faccio a far venir sera?