Le mie giornate sono scandite dal ritmo. Avanti e indietro, avanti e indietro… Riempie i miei pensieri, cullandomi in una litania tale che il sole non mi brucia, il sale non mi consuma, e il mio mutare sembra inevitabile.
È lo stesso ritmo dei tuoi passi. Avanti e indietro, avanti e indietro.
Che ci fai qui, piccolo umano, in piedi sulla punta delle mie dita, mentre mi ergo, alta e candida, sul mare?
Ogni tanto capitano persone come te, qui, non per caso. Ti aggrappi a me, eppure guardi il mare, laggiù in fondo, quasi con un malato desiderio. In realtà, credo che cerchiate me, e non lui, per un motivo.
Credi che non ti capisca, mentre esiti sul mio ciglio, con lo sguardo assente ma i muscoli tesi, con passi che ora vanno avanti e ora indietro, mentre pensi e pensi e pensi “stavolta lo faccio, ora lo faccio, davvero lo faccio.”
Vi accolgo sempre tutti come posso.
Come potrei non farlo?
Io e il mare siamo immersi in un ballo senza fine, una danza che conduce lui, avvicinandosi e toccando la mia pelle ruvida per un istante, per poi ritrarsi, mentre io resto immobile.
Pensi che non ti capisca? Pensi che non sappia cosa si prova a restare fermi, mentre si viene logorati, secondo dopo secondo, decennio dopo decennio? Ogni onda, porta via una parte di me, la salsedine corrode le mie ferite. Prima o poi, ne verrò consumata del tutto.
Se solo potessi muovermi, vi salverei tutti. Chiuderei queste mie dita a pugno, per evitare che possiate cadere.
Forse è questa, la più grande differenza tra me e voi, tra me e te, piccolo umano, che ti aggiusti il tuo berretto rosso guardando il mare, e ti sistemi la sciarpa, perché su di me soffia sempre il vento.
Ti ergi alto nel tuo dolore e lo sopporti. Onda dopo onda ti sgretoli e ne sei cambiato, istante dopo istante, si prende altre parti di te. Sai cosa significa resistere.
Tu però, piccolo umano, al contrario mio non sei immobile, con piedi di roccia come i miei.
Quindi, ora allontanati dal quel bordo.
Allontanati dal mare.
E continua a muoverti.

