Le città degli elfi sono tutte uguali. Una strada principale di templi e palazzi importanti, a guisa di picciolo: tutti alti rispetto al resto, ma mai più alti degli alti alberi. E poi vie di clorofilla, che portano a case e negozi bassi, a confronto, arbusti. Non hanno vere mura le città degli elfi, ma radici di pino, che avvelenano chiunque sia troppo vicino troppo a lungo.
L’aria sa sempre di fiori, tutti diversi e tutti uguali, che sanno di pulito e di falso. C’è silenzio, spesso. O meglio, la gente, anche al mercato, non supera mai il canto del ruscello. Forse hanno un buon udito o forse solo un’esistenza nell’ambra.
Le città degli elfi sono belle della bellezza da cartolina, dove passi una settimana in visita, ma non ci vivresti, eppure qualcuno lo fa, e ti chiedi come facciano a vivere una vita di plastica. E forse preferisci respirare in città vere che soffocare in città finte.
È per questo che hai scelto i nani come patria, figliolo?
I nani e le città di faglie rocciose, di montagne impervie e bufera, dure e buie forse, ma pulsanti di vita, di risate allegre e di sbronze leggendarie. Città in espansione, quando serve, in continuo mutamento.
Città di esplosioni controllate, dove il mercato supera il treno e dove lucciole metalliche formano un firmamento posticcio, sotto cui fidarsi e confidarsi umanità di ferro e legno e cuoio.
Dimmi, elfo dalle radici di fiori, come puoi vivere nel metallo?
Dimmi, elfo dall’anima d’acciaio, come puoi venire dalla foglia d’acero?
Le città degli elfi sono tutte diverse. Una strada principale di alti palazzi lavorati finemente, ricchi di quella ricchezza sottile e delicata che ti decapita nella seta e nel velluto perfetti, senza sporcare il pavimento.
E poi vie di clorofilla, sangue e servitù celata, di schiavismo non parlato, ma saputo nella cautela dell’indifferenza e nel silenzio del prato giovane.
Le città degli elfi sono tutte belle di quella bellezza letale ed asfissiante, per cui l’unica uscita è una morte misericordiosa, di un malanno purulento e deforme per cui, forse, non ti guardano e c’è ancora il caso che ne esci vivo, in una bara.
È per questo che non hai scelto una patria, figliola?
Il folto della foresta con le sue colonie brulicanti, spietate, ma mai crudeli; coi suoi branchi numerosi e liberi; con i suoi stormi in viaggio, stanchi ed imperterriti. Il mare con le isole semoventi, amichevoli quanto ognuno è disposto ad esserlo, in cui essere vivi e liberi e diretti e puliti di acqua salata, di fango e sincerità.
Dimmi, elfa dagli abiti di seta, come può il sangue essere pietoso?
Dimmi, elfa dall’anima di bestia, come puoi mantenere la farsa?

